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Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
-Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale- Eugenio Montale
Add comment Maggio 26, 2008
Stabat nuda Aestas
Primamente intravidi il suo piè stretto
scorrere su per gli aghi arsi dei pini
ove estuava l’aere con grande
tremito, quasi bianca vampa effusa.
Le cicale si tacquero. Più rochi
si fecero i ruscelli. Copiosa
la resina gemette giù pe’ fusti.
Riconobbi il colubro dal sentore.
Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.
Scorsi l’ombre cerulee dei rami
su la schiena falcata, e i capei fulvi
nell’argento palladio trasvolare
senza suono. Più lungi, nella stoppia,
l’allodola balzò dal solco raso,
la chiamò, la chiamò per nome in cielo.
Allora anch’io per nome la chiamai.
Tra i leandri la vidi che si volse.
Come bronzea messe nel falasco
entrò, che richiudeasi strepitoso.
Piu’ lungi, verso il lido, tra la paglia
marina il piede le si torse in fallo.
Distesa cadde tra le sabbie e l’acque.
Il ponente schiumò ne’ suoi capegli.
Immensa apparve, immensa nudità.
-Stabat nuda Aestas- Gabriele d’Annunzio
Add comment Marzo 5, 2008
La pioggia nel pineto
C’è che, nonostante tutto, siamo noi. C’è che niente riesca mai a scalfirci o a disintegrarci,siamo noi. C’è che ho bisogno di te, vivo di te, per te. C’è che devi averne tanta di pazienza, tornerò com’ero, non mi lascerò più soffocare. O forse, forse diventerò più “me”. Forse basta solo staccare da questa monotonia asfissiante che mi opprime e che opprime te di conseguenza. Forse basta solo passare una notte nel lettone, insieme, abbracciati, senza pensieri. O fare l’amore, la mattina, appena svegli. Ho soltanto bisogno di te e di riprendere il controllo di me. Di noi.

“Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.”
-La pioggia nel pineto- Gabriele d’Annunzio
1 commento Marzo 3, 2008
A Chloe

“Vitas inuleo me similis, Chloe,
quaerenti pavidam montibus aviis
matrem non sine vano
aurarum et siluae metu.
Nam seu mobilibus veris inhorruit
adventus folliis, seu virides rubum
dimovere lacertae,
et corde et genibus tremit.
Atqui non ego te, tigris ut aspera
Gaetulusue leo, frangere persequor:
tandem desine matrem
tempestiva sequi viro.”
Trad:
“Mi eviti come una cerbiatta, Chloe,
che per monti impervi cerca la madre
impaurita, non senza un vano timore
degli alberi e del vento,
e trema nei ginocchi e nel cuore,
se l’avvicinarsi della primavera
ridesta un brivido tra le foglie irrequiete
o i ramarri scostano i rovi.
Ma io non t’inseguo per sbranarti
come un leone getulo o una tigre selvaggia.
Dimentica una buona volta tua madre:
è l’età dell’amore.”
-Carmen I, 23- Orazio
10 commenti Febbraio 2, 2008
La Belle Dame Sans Merci

I
Ah, what can ail thee, wretched wight,
Alone and palely loitering?
The sedge is wither’d from the lake,
And no birds sing.
II
Ah, what can ail thee, wretched wight,
So haggard and so woe-begone?
The squirrel’s granary is full,
And the harvest’s done.
III
I see a lily on thy brow,
With anguish moist and fever dew;
And on thy cheek a fading rose
Fast withereth too.
IV
I met a lady in the meads,
Full beautiful – a faery’s child;
Her hair was long, her foot was light,
And her eyes were wild.
V
I set her on my pacing steed,
And nothing else saw all day long,
For sideways would she lean, and sing
A faery’s song.
VI
I made a garland for her head,
And bracelets too, and fragrant zone;
She look’d at me as she did love,
And made sweet moan.
VII
She found me roots of relish sweet,
And honey wild, and manna dew;
And sure in language strange she said -
‘I love thee true.’
VIII
She took me to her elfin grot,
And there she gazed, and sighed deep,
And there I shut her wild wild eyes
So kiss’d to sleep.
IX
And there we slumber’d on the moss,
And there I dream’d – Ah! woe betide!
The latest dream I ever dream’d
On the cold hill side.
X
I saw pale kings, and princes too,
Pale warriors, death-pale were they all;
They cried – ‘La Belle Dame sans Merci
Hath thee in thrall!’
XI
I saw their starved lips in the gloam,
With horrid warning gaped wide,
And I awoke, and found me here
On the cold hill side.
XII
And this is why I sojourn here,
Alone and palely loitering,
Though the sedge is wither’d from the lake,
And no birds sing.
-La Belle Dame Sans Merci- John Keats
* -La Belle Dame Sans Merci- John William Waterhouse
Add comment Gennaio 29, 2008